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L’importanza dell’interoperabilità nei mercati globalizzati: alcuni esempi.

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interoperabilitàParlare d’interoperabilità di sistemi hardware e software in modo “semplice” non è cosa facile e forse nemmeno “utile” in quanto, per tutti noi, l’interoperabilità si deve tradurre in una semplificazione delle nostre vite. Quindi invece di entrare nei dettagli tecnici degli standard, proveremo a fare degli esempi per capirne l’importanza ma anche la complessità.

Congressi internazionali

Supponiamo di andare ad un congresso delle nazioni unite dove si trovano un centinaio di paesi che parlano, ovviamente lingue diverse. Se non ci si fosse messi d’accordo di utilizzare l’inglese come lingua “congressuale” ognuno di noi dovrebbe portarsi dietro  un centinaio di vocabolari per essere in grado di parlare con ognuno dei presenti. Avendo deciso di utilizzare l’inglese, ogni presente ha bisogno, invece, di avere un solo vocabolario dalla propria lingua verso l’inglese e dall’inglese verso la propria lingua. A nessuno mai però verrà in mente di abolire le lingue per parlare tutti solo l’inglese perché la ricchezza dei popoli è fatta anche dalle lingue, dalle tradizioni e anche dal modo in cui si esprimono i propri pensieri. Un occidentale ed un orientale hanno un modo di esprimere i concetti del tutto diverso ed è bene che resti così.

Anche avendo un vocabolario, è facile intuire, che se non si conoscono le regole grammaticali, si possono commettere degli errori grossolani non riuscendo a capire quale pensiero si cela dietro i diversi vocaboli che in qualche modo si riesce a tradurre. Mi hanno per esempio raccontato che nel linguaggio degli indigeni sudafricani se uno cade da cavallo si dice qualcosa che assomiglia molto a: “il cavallo mi ha perso” quindi l’uso di un vocabolario senza conoscere la struttura della frase, non può essere di molta utilità.

Quando parliamo di interoperabilità tra computer e si sottolinea la necessità di utilizzare standard internazionali ISO, in pratica si decide di utilizzare tutti lo stesso linguaggio per trasferire dati tra sistemi hardware-software diversi. Analogamente come i paesi dell’ONU anche i software hanno ognuno il proprio linguaggio con una propria struttura dei dati e per farlo dialogare con qualsiasi altro sistema, si è stabilito, a livello internazionale, di utilizzare gli standard ISO. Ugualmente come per l’uso della lingua inglese, se per ogni software si costruisce il traduttore da e verso lo standard ISO, è possibile far parlare qualsiasi software purché utilizzi lo stesso standard.  Non si chiede quindi assolutamente di utilizzare gli stessi software perché ciò porterebbe alla perdita di know how che i vari produttori dei software hanno messo nei propri prodotti.

Carte Bancomat

Un esempio di questa interoperabilità lo abbiamo, ad esempio con le carte bancomat. Le banche di tutto il mondo si sono messe d’accordo sull’utilizzo di uno stesso standard in modo che, in tempo reale, se desidero con il mio bancomat italiano prelevare yen in Giappone, occorrono pochi secondi, in quei pochi secondi la banca giapponese comunica a quella italiana i miei dati, la bcredit-cardsanca verifica se ho fondi sufficienti, opera un cambio e contemporaneamente prelevo yen in Giappone e la banca trattiene il corrispettivo in euro in Italia.

Dietro queste operazioni che per noi sono oramai di routine, ci sono tantissimi standard, per esempio quello della dimensione delle carte bancomat, della grandezza dei caratteri, dell’uso dei caratteri alfabetici, del numero di cifre, dell’identificazione del paese, del plafond mensile, dei lettori delle schede e di tanti altri standard che sono stati decisi a livello internazionale per rendere interoperabili i conti bancari e il riconoscimento dei detentori delle carte.

Ora non ci serve sapere tutto ciò che avviene quando inseriamo il nostro bancomat, a noi interessa solo che funzioni e che non restiamo senza contanti in un qualsiasi paese del mondo.

Ora pensiamo ai vantaggi che si possono avere rendendo interoperabili sistemi di gestione di dati per prodotti ben più complessi di una carta bancomat, pensiamo ad esempio a un’auto, un aereo, o anche una nave. Ognuno di questi prodotti è costituito da migliaia – milioni di componenti, che spesso utilizzano software diversi per progettarli e realizzarli.

La mancanza d’interoperabilità crea diversi problemi che sono essenzialmente legati al dover riportare i dati da un sistema a un altro con perdita di tempo e introduzione di possibili errori. L’altro grosso inconveniente è la difficoltà di reperire i dati, ad esempio, per una ri-progettazione o per la manutenzione, a distanza di anni, perché il software e il computer che li ha generati, non esiste più e quindi anche avendo conservato i file non è più possibile leggerli. Pensate a quanti dati conservati sui floppy disk non sono più leggibili e presto capiterà anche per i dati conservati su CD.

Se per esempio consideriamo che un’auto può durare 10-20 anni, un aereo 20-50 anni, una nave anche 70-80 anni e che una centrale nucleare deve conservare alcuni dati in eterno è facilmente intuibile l’importanza di utilizzare gli standard ISO  che permettano di farci leggere i nostri dati in qualsiasi momento con qualsiasi sistema futuro … anche se ancora non inventato.

Criticità all’adozione degli standard

Ma se tutto ciò è vero perché non si diffondono così com’è successo per la lingua inglese o per il bancomat?

Ci sono due motivi fondamentali per questa “resistenza” all’uso degli standard, prima perché il costo della non interoperabilità è pagato dal compratore del prodotto finale ed è parte integrante del costo di vendita, secondo perché non c’è un interesse commerciale, da parte dei venditori di software, che dovrebbero spendere ingenti risorse per creare i traduttori… non essendo obbligati da nessuno a farlo.

L’obbligo, di fatto, può venire solo dal committente che però non è di fatto interessato a conoscere questi standard così come noi non siamo interessati a conoscere gli standard che sono dietro al nostro bancomat.

Ovviamente nel caso del bancomat sono state le banche ad investire sullo sviluppo di questi standard perché era di loro interesse movimentare l’acquisizione di valute sulle quali prendere una provvigione.

Nel settore industriale questi standard sono stati fortemente voluti soprattutto dalle multinazionali che lavorando con partner diversi e logisticamente lontani, si sono resi conto ben presto che qualsiasi altra soluzione per scambiare dati era troppo costosa. La Boeing, ad esempio, aveva imposto a tutte le aziende del corporate di utilizzare lo stesso software ma ciò implicava non solo di dover acquisire licenze per tutti, ma anche di fare formazione per tutti. Inoltre riscontrarono presto che non sempre la sostituzione del software dava gli stessi risultati in termini qualitativi, rispetto alla soluzione precedente, in quanto si sostituivano software specialistici con altri generici. Anche la soluzione di sviluppare un traduttore ad hoc ogni volta che si dovevano trasferire dei dati da un software ad un altro con una certa continuità si rilevò ben presto troppo costosa perché bisognava “rimetterci mano” ogni volta che c’era un upgrade del software o un cambio di computer o un cambio di fornitore/cliente.

Il comitato tecnico ISO

iso-logoNegli oltre 30 anni di attività il comitato tecnico ISO per l’interoperabilità (di cui ho fatto parte per 20 anni) ha sviluppato un numero enorme di standard andando a produrre circa un terzo di tutti gli standard ISO esistenti. Gli standard, infatti, sono stati sviluppati in modo da dare dei “modelli” per ciascuna informazione tecnica di un prodotto quali ad esempio la versione, la tolleranza, la geometria, il materiale di cui è composto, il processo di produzione, ecc.. l’insieme di questi modelli sono chiamati “risorse integrate” e sono comuni a qualsiasi prodotto.

Avendo stabilito questi modelli generici, ogni volta che si parla di prodotti specifici devono essere “contestualizzati” per cui si sviluppano i così detti protocolli di applicazione dove le risorse integrate sono messe insieme come i pezzi di un lego per creare nuovi modelli sempre più complessi come ad esempio i protocolli per lo scambio di dati CAD, CAM o CAE che si adoperano nel mondo della progettazione e realizzazione di prodotti sia semplici come un cellulare che complessi come una nave.

In conclusione per far sì che questi standard diventino normale routine per qualsiasi azienda bisogna che ci sia una spinta da parte dei committenti in modo che le case software comincino a creare questi traduttori per esportare ed importare dati. La NATO, ad esempio, ha già imposto che il supporto logistico dei mezzi di guerra venga assicurato attraverso l’uso dello standard ISO 10303-239 noto come PLCS (Product Life Cycle Support).

Sarebbe pertanto importante che le pubbliche amministrazioni nel commissionare data base, prodotti gestionali o anche la progettazione/realizzazione di opere pubbliche, chiedessero l’uso di standard internazionali perché economicamente vantaggioso proprio per il committente. Sarebbe anche importante che si avviassero opportune linee di ricerca per sviluppare tutti gli standard necessari o semplicemente fornire supporto a ricercatori ed aziende italiane interessate a partecipare ai tavoli di lavoro internazionali che vedono una sistematica assenza di rappresentanza italiana.

In molti paesi queste attività sono supportate sia dal governo che dalle imprese perché sono giustamente ritenute fondamentali per i mercati globalizzati, d’altra parte è difficile che un’impresa utilizzi proprie risorse per sviluppare qualcosa di cui poi possono beneficiare tutti. Almeno in Italia è vista così, in altri paesi comunque questa attività è vista da parte delle grandi imprese come un investimento con sicuro ritorno … chi detta le regole ne ha sempre un vantaggio competitivo se non altro perché le usa prima degli altri!!

Per approfondire l’argomento è possibile visitare il sito www.optimus.enea.it realizzato per diffondere questi standard nelle industrie campane e www.sc4-if.enea.it realizzato per diffonderli a livello internazionale.

È infine stato pubblicato un libro, edito dalla Franco Angeli, dove coloro che hanno partecipato allo sviluppo degli standard ISO ne raccontano alcune applicazioni e descrivono la struttura di alcuni di questi standard.

Il titolo del libro è: “interoperability of digital engineering systems” ISBN 9788891706003.